“Assedio di Leningrado”
Nota Storica:
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L’assedio di Leningrado inizia l’8 settembre 1941, viene spezzato nel novembre del ‘43, e solo il 27 novembre 1944 cessa del tutto.
Morirono 2 milioni 887 civili, tra cui 400 mila bambini. Nel solo cimitero di Piscarev sono sepolte 500 mila persone.
Nel letto di una stanza a due dell’ospedale della città tedesca di Aachen giaceva un vecchio colpito da paralisi e vicino a lui stava seduta un’anziana donna tedesca, dalle guance rosee, bionda tutta ricci: sua moglie. Per amara ironia della sorte era ricoverato lì anche mio marito. Avendomi sentito parlare in italiano con mio marito, il vecchio si animò e chiese: “Di dov’è tua moglie?” Mio marito rispose che io ero russa di Pietroburgo. “Ma io conosco quella città, prima si chiamava Leningrado. Io vi ho combattuto.” Dichiara.
Mio marito, che sa bene il tedesco, mi traduce e a me si oscura la vista. Pensare che io, 60 anni dopo, figlia di Galia Potapova, una bambina dell’assedio di Leningrado, ho davanti agli occhi uno di coloro che ho odiato con tutto il cuore fin da bambina!
Il vecchio continuava a parlare e parlare in tedesco ma mio marito per riguardo a me aveva smesso di tradurre…
Sono cresciuta ascoltando i racconti di mia nonna, Anna Potapova, su quella spaventosa guerra, l'assedio di Leningrado. Questi racconti si sono impressi nella mia memoria per tutto la vita. Quando cominciò la guerra, mia nonna aveva 31 anni… Era una giovane donna con due bambini: una figlia di otto anni, la mia futura mamma, un figlio di tre anni e un marito malato. Mio nonno aveva un vizio cardiaco e in conseguenza del quale non fu mandato al fronte ma arruolato nei servizi di retrovia. Alla fine della guerra la componente maschile della famiglia morì e rimasero in due.
La nonna è morta 11 anni fa. Mia mamma non ama raccontare della guerra, ma io sono riuscita a convincerla a scrivere per me una lettera di ricordi. Una lettera da Pietroburgo (Leningrado) per l'Italia...
"Mi ricordo l'inizio della guerra. Era un tiepido giorno di giugno, ricordo i visi sperduti e spaventati della gente. Tutti i loro progetti sono distrutti. Ci portano, noi bambini vicino a Tichvin, poco lontano dalla città. Ma quasi subito ci riportano indietro perchè lì vicino erano iniziati i combattimenti per Leningrado. E già l'otto settembre del 1941 la città è circondata in modo completo, l'anello dell'assedio si era chiuso.
Di notte si vedevano ora qua ora là i razzi di segnalazione: erano le spie tedesche o i traditori che segnalavano gli obiettivi dei bombardamenti.
Così furono subito distrutti i depositi cittadini di viveri. Poi gli abitanti affamati arrivavano sul luogo dell'incendio a raccogliere terra mista a zucchero, a farina, che poi a casa veniva separata, filtrato, lavata.
A noi era andata bene perchè la mamma educata da bambina alla fame (durante la rivoluzione del 1917 e successivamente durante la guerra civile) non buttava mai via il pane e noi all'inizio della guerra ci siamo trovate due sacchi di pane secco. Fino alla fine dei suoi giorni la mamma non buttava via il pane e lo faceva seccare. «Buttare via il pane è peccato!» diceva.
Ci siamo abituati ai bombardamenti. Dappertutto c'erano bombe, ordigni che esplodevano. Le schegge volavano dappertutto. Le finestre delle case avevano nastri di carta incrociati per non far cadere i vetri. La nostra casa era vicina alla stazione dalla quale inviavano soldati a Kronštad e Lomonosov, dove stavano le navi. Quando la città veniva bombardata le persone si rifugiavano nel portone della nostra casa. Si discuteva di molte cose ma soprattutto di quando finalmente avremmo battuto i tedeschi. A tutti sembrava che la guerra sarebbe durata poco e invece durò quattro anni.
D'inverno cominciò la cosa più terribile: un freddo come non mai, la fame, la mancanza di riscaldamento, di elettricità, di acqua. Fu introdotto il coprifuoco. Con il buio la vita in città era smorzata. La gente affamata, sfinita usciva per strada a prendere l'acqua e lì cadeva e moriva. Queste immagini da cronaca cinematografica hanno fatto il giro di tutto il mondo.
Furono introdotte le tessere per il pane. Ai bambini e alle persone a carico venivano dati 125 grammi al giorno, ai lavoratori 250. Ricordo un uomo dal panettiere con un bastone al cui apice era infisso un chiodo. Alla vista del prezioso pezzetto di pane sulla bilancia, lo infilzò con il chiodo e cominciò a mangiarlo avidamente. Cercarono di portarglielo via, lo picchiavano, e lui mangiava il pane altrui e non sentiva nessun dolore….
In città cominciò a imperversare lo scorbuto, la malattia causata dalla mancanza di vitamine. All'inizio cominciarono a gonfiare le gengive e poi a tutti noi caddero i denti. Alla mamma in aggiunta a tutto ciò in conseguenza della malattia si aprirono delle ferite su entrambi i piedi. Si muoveva a fatica e spesso non scendeva nel rifugio. A proposito, molti rimanevano in casa durante i bombardamenti. Non si aveva né forza né paura. La mia mamma a trentun anni diventò un'invalida e fino alla fine dei suoi giorni le sue ferite non si rimarginarono…
Nella nostra casa, al primo piano, c'era una farmacia. La gente cadeva morta prima di arrivarvi, o proprio sulle scale e noi passavamo attraverso i cadaveri. Una volta mi sono addormentata davanti al tavolo e mi sono svegliata per il dolore: un'enorme ratto mi aveva morsicato un dito. Queste bestie schifose, di dimensioni incredibili non avevano paura di nulla e di nessuno e correvano dappertutto. Ma noi bambini leningradesi non avevamo paura. La paura era scomparsa. Era semplicemente fonte di curiosità introdursi in soffitta e scoprire una bomba inesplosa o fare una corsa fino alla fine della strada e dare un'occhiata a una casa crollata… La paura venne dopo, quando cominciammo tutti a diventare coscienti, quando cominciarono a morire le persone care e i parenti, quando in un appartamento di 15 persone ne rimanevano solo tre…
La mamma non voleva sfollare da Leningrado. Il peggio era alle spalle: avevano aumentato la dose giornaliera di pane, si avvicinava la primavera, e quindi si poteva far a meno di pensare a come procurarsi la legna, si poteva preparare la minestra con varie erbe. Si aveva un tale desiderio di calore e sole. Ma tutti quelli che avevano bambini piccoli vennero costretti a forza a lasciare la città.
Ed ecco ci muoviamo con le macchine sul ghiaccio con gli altri sfollati attraverso il lago Ladoga verso la Bol’šaia zemlja. Sopra di noi bombardano. Dappertutto grida di terrore, pianti. Sotto i nostri occhi se ne vanno sotto il ghiaccio macchine piene di donne e bambini. Fu allora che comparve la vera paura! A moltissimi non fu dato di raggiungere l'altra riva e il fondo del lago di Ladoga è cosparso dei resti di persone. Per noi quella era la Via della Vita (così si chiama oggi questo storico passaggio attraverso il lago Ladoga) ma quante vite sono sepolte là sotto…
E poi i vagoni merci. Prima vi si trasportava il bestiame. La era ancora più spaventoso: si viaggiava adagio, si lasciavano passare i convogli di militari, i carri armati, l’artiglieria. Viaggiavamo verso Ufà, in Baškiria non ricordo per quante settimane. Alle stazioni molti di noi scambiavano le loro ultime cose con derrate alimentari. Qui nei vagoni strapieni morivano centinaia di persone… Tutto questo orrore sta davanti ai miei occhi.
Finalmente arrivammo alla stazione di Prijutovo, poco lontano da Ufà. Ci accolsero bene. Ci sistemarono subito nella scuola, portarono un secchio di miele e moltissimi cetrioli. Miele con cetrioli: era una tale leccornia! Poi ci sistemarono nei vari villaggi della Baškiria. Ci assegnarono una casetta di legno con una stufa russa, dove cuocevamo grandi pani di segala. La mamma iniziò a lavorare nel kolchoz, noi aiutavamo a raccogliere le spighe e di esse venivamo nutriti. Lì non avevamo quasi fame. Quando la mamma guarì in parte delle ferite ai piedi, cominciò ad andare al mercato per la spesa. Anche d'inverno, con 40° sotto zero con la neve fino alle ginocchia, la mamma andava a piedi per 40 chilometri! Bisognava uscire di sera tardi, per essere al mattino sul posto. Andavano a gruppi, poiché i branchi di lupi li seguivano alle calcagna…
Più tardi misero un treno che era sempre strapieno. Per questo motivo raggiungevano la città viaggiando sul tetto dei vagoni, inoltre bisognava fare in tempo a sistemarsi vicino al camino in modo da avere più probabilità di non essere portati via dal tetto nelle curve o di non essere buttati giù dal tetto dai predatori che svolgevano la loro attività in quei posti..
Durante lo sfollamento la mia istruzione continuava nella scuola del villaggio, dove tutti parlavano nella lingua baškira a me sconosciuta. Per fortuna i bambini acquisiscono istantaneamente la lingua straniera e io già dopo un mese capivo quasi tutto. A dire il vero il processo di integrazione degli «stranieri» nella nuova scuola avveniva molto più lentamente della acquisizione della lingua, e spesso era necessario difendere i propri diritti con combattimenti di boxe.
Dopo un anno la mamma mi trasferì nella scuola di un vicino villaggio russo. In una sola classe c'erano bambini dalla prima fino alla quarta classe: stavano seduti in file. Si scriveva su carta di giornale in mezzo alle righe, e naturalmente con il pennino N° 86, e c'era anche il pennino «rana» ma questo nelle classi alte. L'inchiostro veniva fatto con qualsiasi cosa capitasse..
D'inverno io vivevo nella casa di un buona signora. C'erano così tanti lupi che venivano di notte alle porte delle stalle e sbranavano il bestiame di casa. In primavera camminavo per due chilometri fino a casa e inoltre portavo scarpe di fibre di tiglio coi piedi costantemente bagnati poiché le scarpe erano bucate. D'estate e in autunno prima delle prime gelate andavo a piedi nudi, poiché non c'erano altre scarpe.
Un giorno, mentre eravamo a scuola, arrivò un ragazzotto a cavallo e gridò VITTORIA.
La gioia era senza fine. Ma da subito si chiarì che raggiungere Leningrado non era semplice. Era necessario l'invito dei parenti. E solo nell'estate del 1946 potemmo ritornare a Leningrado. Ma questa è un'altra storia. Neanche quel anno fu di quelli facili, ma eravamo a casa nostra, nella nostra città natale».
Galina Petrova (Potapova),
San Pietroburgo (Leningrado), Russia.
P.S. Faccio un inchino profondo a mia nonna e mia mamma per avermi insegnato a essere felice! Le mie carissime donne hanno sofferto molto nella vita. Ambedue da piccole hanno dovuto superare difficoltà, perdite, sofferenze fisiche esperienze assai dure da sopportare per dei bambini. Eppure la loro risposta alla sorte fu di assoluta mancanza di paura, di fiducia nelle loro forze e di un incredibile ottimismo. Con loro due durante la mia infanzia mi sentivo sicura! E felice!
Si, sono una donna felice anche perché NIENTE e NESSUNO mi hanno impedito di esserlo. Perché tutto è nelle tue mani. Importante è che non ci sia più la guerra…
Lunga vita ai i miei Leningradesi!
Svetlana Petrova,
Milano, Italia.