Nadia Len
 
Nadia Len ritratto
Лен Надеждa

 

 

 

N.V.PESSION LEN N.V.

Introduzione

 



Che effetto hanno tre anni di lager e di lavori forzati nella Germania nazista su una bambina russa di 14 anni strappata ai suoi parenti e ai suoi amici, portata via dalla città natale di Dnepropetrovsk per migliaia di chilometri? … I migliori anni dell’adolescenza di Nadia  Len sono trascorsi nella lotta giornaliera per la sopravvivenza, tuttavia le difficoltà non solo non l’hanno piegata, ma hanno evidenziato la forza ferrea del carattere di questa coraggiosa e ostinata bambina, che non aveva paura di contrastare i tedeschi nella loro stessa lingua, di mostrare il suo patriottismo e aver fede nella disfatta dei nazisti. I suoi diari, parzialmente pubblicati in questo libro, sono particolarmente preziosi perché scritti subito dopo la guerra, sono ricchi di descrizioni molto precise e costringono il lettore a lasciarsi attraversare dalle sue parole, a soffrire, credere e sperare insieme a lei. L’esempio di Nadia Len è un’ulteriore testimonianza dell’eroismo del popolo sovietico, di un eroismo sfaccettato, dalle molte forme, tragico e che, nello stesso tempo induce un orgoglio sincero per le persone che con i loro destini hanno costruito la storia della nostra nazione.
L’Italia è diventata per Nadia Len la sua seconda casa grazie al fatto che conobbe nel lager il suo futuro marito, il prigioniero italiano Carlo Pession. Dopo la liberazione da parte delle truppe britanniche, lei e alcune altre ragazze russe e ucraine si sono dirette verso la patria del marito, dove Nadia ha trovato la sua seconda casa. Tuttavia non ha mai dimenticato e non dimentica la sua prima casa …
 
 
Sedevamo in silenzio, guardandoci a vicenda. Di quando in qua una di noi guardava attraverso la piccola finestra e subito si girava con gli occhi pieni di lacrime. Erano già tre giorni che stavamo in prigione nell’attesa di essere mandate in Germania, e nonostante le proibizioni, non smettevamo di salutare e mandare baci in aria alla folla di persone in strada, che non andavano via né di notte né di giorno.
Correva l’anno 1943 ed io avevo solo 14 anni…
Il quarto giorno, di mattina presto ci ordinarono di prepararci e ci spinsero verso i vagoni. Io correvo, inciampavo e cadevo in strada con i fagotti e la valigia, mentre i tedeschi mi spingevano con i pesanti scarponi… Prima di salire nel vagone ho visto il papà chinato sulla mamma; la poveretta non riusciva a stare in piedi. Con lui c’era mia sorella e anch’essa piangeva. Il papà riuscì a venirmi vicino, ci abbracciammo e piangemmo a lungo, non volevamo lasciarci. «Per quanto non abbia implorato, per quanto non abbia cercato di corromperli, non sono riuscito a ottenere nulla – disse papà – Scrivi, mia piccola, scrivi, può darsi che le lettere arrivino, altrimenti io e la mamma impazziremo…, - bisbigliava con voce tremante, - e scappa, se sarà possibile, torna a casa»…
Risuonò nell'aria il fischio della locomotiva, i vagoni si scossero. Io guardai il papà: si mordeva le labbra per non piangere, come un bambino piccolo. Vidi anche la mia mamma che mi salutava agitando il fazzoletto. «Mamma! – gridai io con tutte le forze - mamma cara!» In quell'attimo la vidi cadere priva di sensi. Il treno si mosse adagio, e tutti noi adulti e bambini cominciammo a battere i pugni sulle pareti del treno, ci gettammo sui tedeschi, e se quelli non avessero rapidamente imbracciato le mitragliatrici dirigendole verso di noi, li avremmo fatti a pezzi…
Quando mi svegliai, molti nel vagone non dormivano. Una delle mie amiche mi tese un pezzo di pane ma io lo rifiutai. «Non fare la stupida – mi disse – in Germania più di una volta raccoglierai le briciole, mangia, finchè ce n'è». Aveva ragione, più di una volta poi ho ricordato quel pane… Cantavamo piano le canzoni della rivoluzione e non smettevamo finché i guardiani tedeschi non cominciavano ad urlare a tutto spiano, dico «urlare» perchè i tedeschi non sono capaci di parlare gentilmente, per loro ogni parola è un ordine. E ogni minuto mi si stringeva il cuore per il dolore: «mamma, mamma, quando ti rivedrò? Questa  terra mi è estranea, tutto mi è estraneo, quando tornerò in Patria?»
Quando viaggiavamo per la Germania, attraverso piccole cittadine con casette tutte simili, vedevamo i bambini tedeschi che ci facevano delle smorfie, ci mostravano la lingua, e noi rispondevamo loro mostrando il pugno.
«Ei, tedesco – chiesi in tedesco, - quando arriveremo alla reggia?» (nella nostra famiglia lo studio stava sempre al primo posto, io andavo alla scuola russa, studiavo il francese e il tedesco, che più di una volta mi hanno permesso di sopravvivere). Il tedesco sogghignò e disse: «Tra tre ore arriverete dritte dritte alla vostra reggia».
Molte volte il nostro treno si trovò sotto i bombardamenti e sentendo il suono famigliare degli aerei, pensavo: «Non è possibile che la nostra Armata Rossa non possa distruggerli e arriverà l'ora dei rendiconti anche per loro!». Ricordo che qualcuno disse: «Sarebbe meglio che buttassero la bomba sopra di noi, altrimenti in Germania ci costringeranno a fare proiettili, cannoni, aeroplani, per rivolgerli contro i nostri padri e fratelli e prova a rifiutarti…». Quella persona risultò aver ragione: la sorte ci riservò di capitare nel lager vicino a Braunsweig, e di lavorare per i tedeschi in una fabbrica aeronautica…»
Nel luogo di smistamento verso le baracche ci guidava un ucraino proveniente dalla zona di Lvov (quelli come lui venivano chiamati «volontari»). Quando passò vicino a noi, io gridai: «Venduto! Hai paura che noi scappiamo. Non siamo scappati quando eravamo a casa e qui di certo non scapperemo. Io voglio vivere finché non saremo liberati, e stai ben attento allora: fatti crescere barba e baffi  - se ti riconoscerò ti soffocherò». In risposta mi pizzicò la guancia: «Taci tu dal pelo rosso!». Valia mi tirò per il vestito: «Taci, Nadia, stupida, se ti prendono e ti ammazzano? E per che cosa?».
Al momento dello smistamento, mia cugina e le mie amiche, fortunatamente, capitarono nel mio gruppo. Dopo quattro ore ci condussero nel lager, che era pieno di gente. Parlammo tutta la notte con le ragazze, che si trovavano li da molto tempo, e che ci riempivano di domande sulla Patria.
Alle 6 di mattino la polizia gridò «aufstein», ci cacciarono via dalle baracche e cominciarono di nuovo a dividerci in gruppi. Tremavamo tutte dalla paura di trovarci separate. Per prima scelsero Zenia, una biondina come me. «Lasciatela, è mia sorella», - dissi piangendo, pregando il tedesco, ma lui mi guardò, strattonò per un braccio Zenia e la spinse insieme ad altre nella macchina. Dove le portavano? Chi lo sa? Presero anche mia cugina, e per quanto io piangessi, non la vidi tornare.
Il primo giorno di lavoro ci accolse un tedesco, simile a un carnefice – di bassa statura, grasso, dalle guance rosee, con le maniche tirate su fino ai gomiti. Accanto a lui stava sua moglie che ripeteva: «Sono molto giovani, dei bambini, «kleine kinder». Ci diedero degli enormi stivali di gomma, nei quali sembravo il gatto degli stivali, e dei grembiuli di gomma pesanti e lunghi quasi fino a terra. Prima lavoravamo nel reparto ortofrutticolo ma nel corso della settimana le nostre forze cominciarono a scemare – non si va lontano con una zuppa e un pezzettino di pane della dimensione di un palmo di mano, nero, come la pece. Altro non c'era, mangiarlo o buttarlo – per loro era lo stesso.
Allora ci condussero alla borsa dove si distribuivano i lavoratori. Mi ricordo che nella stanza c'erano molti tavolini, e ci stavano seduti i tedeschi.  «Chi si chiama Len?... Tu non hai un cognome russo." "L'importante – ho risposto – è che sono nata nell'URSS e che resterò sovietica".
La traduttrice saltò su a dire "Come osi rispondere loro in tedesco?» - «Io me la cavo senza di voi con queste domande" - risposi io.
Poi furono ancora domande e interrogatori, e alla fine ci diedero il lasciapassare per la fabbrica aeronautica, dove da quel momento ci sarebbe toccato lavorare.
La macchine erano così alte che con Valia non arrivavamo alla maniglia e persino il caposquadra vedendoci magre e sofferenti scuoteva la testa. Ci spostarono in un reparto dove in grandi caldaie con acqua bollente lavavano i pezzi già pronti, li verniciavano e li mettevano nella stufa per asciugarli. Nel reparto faceva caldo, dappertutto c'era vapore e un forte odore di vernice per il quale persi conoscenza. Furono costretti a trasferirmi in un altro reparto dove assemblavano i motori. Ad ogni motore lavoravano due tedeschi e tre stranieri e ad uno dei motori lavoravo io: arrotolavo con un fil di ferro dei dadi, dopo di che tagliavo il filo. Il fil di ferro era acuminato, io spesso mi «pinzavo» le mani con le tenaglie e mi ferivo. Molti motori erano ricoperti dalle mie lacrime. Talvolta nel reparto mi aiutava il tedesco Ludwig (era comunista, come poi ho saputo), finché non fu minacciato dal sorvegliante. Ed io, per quanto mi sforzassi, non potevo fare tutto altrettanto velocemente come gli altri, cosa per cui il tedesco gridava e mi minacciava con la frusta.
Alle 7,30 di sera risuonava il fischio, tutti smettevano il lavoro e si sedevano sulla panca in attesa. Il nostro «lagerführer» ci conduceva nelle baracche, dove attraverso una piccola fenestrella già nota dagli altre lager ci davano una piccola ciotola con una zuppa acquosa e del pane con un pezzetto di margarina e qualche volta un pezzetto di pasta di salame. Dividevamo tutto come tra sorelle, sapendo che il futuro era incerto e sapendo che i compaesani in terra straniera si devono aiutare tra loro. Se qualcuno dei nostri si ammalava, tutti noi a turno gli davamo un cucchiaio di zuppa preso dalla propria ciotola e staccavamo un pezzetto dal proprio pezzo di pane.
Farmaci non ce ne davano, il dottore veniva ogni 15 giorni, ma noi temevamo che ci avvelenasse, cosicché non prendevamo nulla. Molte non ce la facevano. Spesso, tornando dalla fabbrica, vedevamo sul tavolo la lettera – «l'hanno portata in ospedale». Per noi voleva dire una cosa sola – l'hanno soppressa.
La paglia nei nostri materassi non veniva cambiata, essa fermentava, e vi si installavano cimici e pulci. A causa delle loro punture su tutto il mio corpo eruppero foruncoli che suppuravano e per i quali camminavo a stento. Toccava di dormire sedute con la testa sulle mani e poi lavorare tutto il giorno… E io avevo solo 15 anni!
Ogni giorno arrivavano nel lager nuovi prigionieri, tra cui c’era Nadia di 20 anni da Charkov. «Nadia, sei di Dnepropetrovsk? Allora siamo compaesane. Come siete giovani, possibile che prendano persone come voi per la Germania!? …» - diceva. Diventammo grandi amiche e Nadia divenne come la mia sorella maggiore.
Facevano arrivare al lager anche altri stranieri: così venni a conoscere Carlo, un militare italiano, venutosi a trovare in Germania nel 1943, e che divenne poi mio marito. Lavorava con noi nello stesso reparto e mi aiutava continuamente a fare il mio lavoro.
Nei cosiddetti giorni di «libera uscita» i tedeschi ci permettevano dalle 12 alle 4 di stare nel cortile, per così dire «liberi». Questo avveniva raramente, e se tornavamo più tardi o se trasgredivamo per qualche altro motivo, ti mettevano nella «fredda» - in cantina, dove ti picchiavano fino quasi alla morte. Io l'ho sperimentata, come in un incubo. Ci condussero nella «fredda» e cominciarono a picchiarci. Poi c'erano gli interrogatori, ci costringevano a gridare «Heil Hitler», e poi ancora botte. Ci conducevano nello cantina con le catene ai piedi, come ai lavori forzati, talvolta ci mettevano in fila e ci picchiavano con la frusta sulle gambe così che sento ancora le grida nelle orecchie. Dormivamo sul pavimento di cemento e come cibo ricevevamo solo un pezzetto di pane e acqua in una piccola tazza di alluminio. Di quello che era successo ci era imposto di tacere al ritorno nel lager, e io tacevo temendo che non mi avrebbero creduto. Poi ho saputo grazie a chi mi hanno lasciato andare: era stato Carlo, che avendo saputo da Ludwig dove mi avevano portato, aveva supplicato il direttore della fabbrica di liberarmi corrompendolo con caffè e cioccolato.

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