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… Passavano i mesi, l'estate, l'autunno, l'inverno… L'inverno in quella regione era molto umido, di neve ne cadeva poca, e pioveva quasi tutti i giorni. I nostri vestiti si erano tutti rotti, le scarpe avevano i buchi – cosa fare, con chi lamentarsi?
I giorni del mio lavoro si trascinavano lenti, le forze venivano meno. A stento stavo in piedi, ma lavoravo per non essere privata del tagliando per il cibo, spesso andavo al lavoro con la febbre, sotto la pioggia, tutta bagnata e tremante. Le mie scarpe si erano rotte, e quelle che mi avevano dato erano di tre numeri più grandi, cosicché era necessario avvolgere i piedi con degli stracci per poter camminare. Quante volte mi sedevo senza forze accanto al motore, e tutto intorno girava come una giostra. Nell'intervallo stavo in piedi accanto alla batteria, appena tiepida, cercando di far asciugare i miei vestiti bagnati e vedevo come ne usciva il vapore. Mi toccava rimettermela addosso e tremando per il freddo, andar via per dare il posto al successivo.
Io non riuscivo a lavorare più in fretta come pretendevano i tedeschi e per questo diverse volte le prendevo sulla faccia. Una volta mi ero dimenticata di girare dei dadi e questo venne alla luce quando si controllò il motore. Il tedesco mi colpì nel fianco con il suo stivale militare, io caddi a terra e colpii la testa sul motore, la vista mi si annebbiò… Se non ci fosse stato Ludwig, non so come avrei fatto a finire il lavoro quel giorno.
Di sera entravo nella fredda baracca, mi gettavo sul letto e piangevo: «Mamma!»… Lo ripetevamo tutte, ogni minuto: «Aiutami mamma cara, salvami!»… Era la nostra preghiera. E una volta che hai pianto a volontà – chi ti aiuterà? Capivamo che bisognava essere di ferro, per sopportare tutto ciò…
Non si può spiegare il livello di disperazione umana nei lager a coloro che non l'hanno sperimentato. Una delle ragazze del nostro lager era incinta e sapeva che i tedeschi portavano sempre via alle madri prigioniere i maschietti appena nati «futuri soldati del führer», mentre le bambine, sebbene le lasciassero alle madri, ma non a lungo, finché non crescevano un po', se le prendevano come serve. Avvenne così che quando partorì un maschietto, piuttosto che darlo ai tedeschi preferì buttare di nascosto il bambino a morire nel buco del gabinetto, lei stessa cercò di scappare, fu presa e di lei non sapemmo più nulla.
Nonostante tutto, io non smettevo di pensare alla fuga. Diverse volte tentai di scappare attraverso il bosco di notte, ma com'è possibile nascondersi senza sapere esattamente dove scappare e dove nascondersi? Non appena si faceva giorno, i tedeschi con i cani senza nessuna fatica si mettevano dietro le nostre orme e ad uno ad uno ci riportavano indietro, ci punivano ma noi continuavamo con i nostri tentativi. Spesso i tedeschi liberavano i cani, che correvano lungo il filo spinato, mordevano alle gambe i prigionieri e strappavano i loro vestiti, in modo da rendere riconoscibili il giorno seguente quelli che erano usciti dal recinto.
Io e l'amica Nina facemmo piani per la fuga: una sua conoscente avrebbe potuto fornirci presso il direttore della stazione ferroviaria un lasciapassare con il timbro, col quale avremmo potuto passare nella stazione e nasconderci in un treno merci. Parlavamo spesso con Nina del nostro piano e sognavamo di essere a casa per le feste di Ottobre. Ma non era destino che i nostri piani si avverassero: durante gli allarmi aerei i tedeschi non ci permettevano di lavorare ma dopo ci esortavano – più presto, più presto! Ed ecco che io mi ferii così fortemente che la mia mano fu salvata dalle nostre donne nella baracca. Esse mi costrinsero a tenere le dita in un decotto di sapone e cipolla che avevano preparato secondo una ricetta dei nonni. Poi la mia mano gonfiò fortemente e mi faceva male e per quel che riguarda la fuga non fu più il caso di pensarci.
Qualche mese più tardi a me e Nina venne in mente un nuovo piano di fuga: uno dei nostri prigionieri, Volodia, lavorava all'aerodromo. Secondo il suo piano noi avremmo potuto volare via con l'aviatore in uno degli aeroplani tedeschi. A questo scopo io e Nadia avremmo dovuto chiudere a chiave il sorvegliante tedesco, perchè non desse l'allarme e anche, dopo il segnale di Volodia, tagliare i fili elettrici, il filo del telefono e rompere la radio ricevente… Ma poi mi ammalai seriamente, Volodia finì in ospedale, e a conclusione bombardarono l'aerodromo insieme alle nostre speranze…
E tuttavia cercavamo di farci coraggio a vicenda, ripetendoci che sicuramente la guerra sarebbe presto finita, era solo necessario tenersi su e aiutarci a vicenda. Sul lavoro per quanto i tedeschi ci controllassero, nascondevamo importanti pezzi per i motori, li portavamo fuori dal reparto e li buttavamo il più lontano possibile perchè nessuno li trovasse.
Una volta ci fu questo caso: una mattina d'inverno andavo verso il reparto, trasportavo non so quale componente, di notte era caduta molta neve e lungo la stradina si ergevano grandi e soffici cumuli. Dopo aver verificato che nelle vicinanze non c'era nessuno, mi fermai e scrissi con un ramo sulla neve: «VIVA STALIN!!». Può darsi che qualcuno dall'alto mi abbia visto in quel momento, ma per me era molto importante fare ciò…
Una volta nella «libera uscita» io per la prima volta sono andata in città. Alla fermata del tram tutti mi squadravano dalla testa ai piedi: avevo una modesta gonnellina, una giacchetta e scarpe consumate, ma anche i tedeschi non le avevano migliori. Improvvisamente ho visto Nina, che mi ha sussurrato: «Cosa fai qua? Credi che ti prenderanno per tedesca?»…
Nonostante tutto cercammo di salire sul tram, ma la tedesca che conduceva il tram ci respinse in malo modo, e gridò qualcosa. I suoi occhi da sotto gli occhiali sembravano venir fuori sulla fronte. Quando salimmo sul tram successivo, ci fingemmo italiane (io sapevo già alcune parole e ho fatto persino finta di raccontare qualcosa a Nina. Scendendo dal tram ci siamo offerte di aiutare una tedesca a portare il suo cesto e una grossa valigia, lei fu molto grata e suggerì: «Qui poco lontano vive mia sorella, portiamo le cose da lei, in città è pericoloso». Quale fu la nostra meraviglia, quando si scoprì che la sua sorella era proprio la conducente del primo tram! «Andate via, siete russe! Non sono italiane!» - gridava. Allora le dissi: «Non bisogna essere così cattivi con i russi, sono persone come voi. Prendetevela con il vostro Hitler!» Fece un balzo verso di noi, ma noi chiudemmo più in fretta il cancello e andammo via…
Ricordo che una volta tornavo nel lager, e pensavo a Ludwig e all'amica che mi ero fatta per caso, la coraggiosa tedesca Greta, che aveva perso il marito in guerra e malediceva Hitler. Io mi dicevo: «Vuol dire che anche tra i tedeschi ci sono persone oneste, che lottano per la pace, per la fine della guerra». Ludwig mi comprò persino un vocabolario, non tedesco-russo, ma tedesco-italiano, che era quello che c'era. E proprio per questo io imparai alcune parole in italiano: le imparai attraverso le parole che sapevo in tedesco e che trovavo nel dizionario.
Proprio prima della liberazione ci mandarono a scavare trincee. Era nuvoloso, pioveva e i nostri piedi erano nell'acqua; la sporcizia, il fango si appiccicava ai badili e buttarli via era difficile, e i tedeschi da sopra gridavano, minacciandoci. Non so come ce l'abbiamo fatta a tirare fino a mezza giornata, ma quando noi in una lunga fila andavamo alla macchina per la zuppa, sono arrivati gli aerei. Io completamente bagnata, con il fango che colava sul viso, in enormi scarpe, nelle quali sguazzava l'acqua mi sono gettata verso le case più vicine e vi ho trovato Greta. «Perchè ti occupi dei nemici russi?» - le gridavano, ma lei si limitò a rispondere malamente, corse nel bunker e mi porse una pelle di coniglio, perchè mi ci avvolgessi e una sciarpa. Io corsi lontano con tutte le forze, a fatica arrivai al lager italiano e quasi senza conoscenza mi gettai sul giaciglio di Carlo. Tremavo dal freddo, poi riscaldai col mio corpo i vestiti bagnati, qualcuno mi tolse le scarpe e mi coprì con una coperta. Carlo corse dentro la stanza, era pazzo di gioia che mi fosse venuto in mente di venire nella sua baracca. Ci avvisò che le armate dei liberatori erano già vicine e che i tedeschi, avrebbero potuto con l'inganno trasportare noi prigionieri e annientarci nelle camere a gas prima della ritirata. Carlo disse: «chiudetevi e a chiunque bussi non aprite, nascondetevi, o in un'armadio a chiave, o attraverso la finestra. Ma, penso, - aggiunse, - i tedeschi non verranno, hanno un po' paura degli italiani»…
Ma tutte le privazioni e il dolore che ho sopportato nel lager, non si possono confrontare con quello che ho patito quando mi comunicarono della distruzione della mia famiglia… Quella lettera era praticamente anonima, firmato con il nome di Valia, che a me non diceva niente.
Quando mi diedero una busta bianca con un timbro e il mio cognome, ho lasciato cadere dalle mani la ciotola con la minestra, il cuore si mise a battere, le mani a tremare. Io corsi con gli occhi le righe: «Cara piccola Nadia!... Io ero con la tua mamma, la zia e la tua sorella Galia fino all'ultima ora. La città bruciava, i tedeschi correvano, nel cielo sopra di noi volavano bassi gli aerei, che mitragliavano coloro che correvano. Poi caddero le bombe, e una colpì la vostra casa… Urla, chiasso, … Io vedevo la tua famiglia sotto la casa distrutta… Ora sei un'orfana, piccola Nadia, un'orfana completa…». Il contenuto di questa lettera la conoscevo a memoria… Io non capivo, da dove prendere le forze, per sopportare tutto ciò, come pregare la mamma di darmi forza, se lei non c'era più in questo mondo?!...
Molti anni più tardi, dopo la fine della guerra, non ancora rassegnata alla loro distruzione e forse nutrendo ancora una qualche debole speranza, mi sono rivolta alla Croce Rossa svizzera con la richiesta di ricercare notizie circa i miei cari… Incredibilmente essi erano in vita, la mia mamma e mia sorelle per tutto questo tempo erano in vita… Credere a questo miracolo era altrettanto complicato, come a quello che mi era riuscito di sopravvivere fino a questo fortunato giorno. Nel 1964 con l'aiuto del consolato dell'URSS a Roma, io e Carlo riuscimmo a compiere un viaggio attraverso Mosca in Ucraina, dove dopo 20 anni di lontananza io ho incontrato la mia famiglia e le ragazze con le quali sono stata nel lager…"

 

Redatto da Tamara Stepanova e Elena Stepanova sulla base dei diari di Guerra di N.V.Pession Len.
Il testo contiene i frammenti dell`intervista di N.V.Pession Len, tratta da servizio di Alessandra Ferraro TGR RAI sede di Aosta, trasmesso il 22 marzo 2008 nella trasmissione “Il Settimanale”
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